Descrizioni dei luoghi e delle persone che hanno con
la vita pagato per fare quest'Italia.
Aveva cinque anni il ragazzino che da
grande scoprì Cosilinum, quando davanti alla
sua casa passava Carlo ed i suoi Trecento. Aveva cinque
anni quando assistette dal balcone la sepoltura in
una fossa comune dei 59 compagni di Pisacane caduti.
Era un pò più grandicello quando scese
fino alla via consolare per assistere al passaggio
dei Garibaldini che risalivano liberandola la penisola,
era li quando si fermò una carrozza dalla quale
si affaccio Giuseppe l'eroe dei due mondi per farsi
insegnare il luogo dove era avvenuto lo scontro che
fece capitolare i suoi predecessori.
- I TRECENTO DI PISACANE A PADULA
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Questa curiosa leggenda e stata tramandata,
da padre in figlio, tra I'umile gente a Padula.
Quando i "rivoltosi" (quest'appellativo
fu dato ai Trecento di Pisacane) giunsero a Padula,
nella serata del 30 giugno 1857, apparve loro "mezza
calzetta" (così il popolo chiamava S.
Michele, Patrono di Padula), dicendo: <<Tornate
indietro. Vi uccideranno".
Questa leggenda, come tutte le fiabe nate dalla fantasia
popolare, ha un particolare significato profetico
per I'epilogo di quella che può ben definirsi
I'eroica follia di Carlo Pisacane, precursore di Garibaldi,
e di questi più grande, perche con la sua sfortunata
impresa, gettò il seme nelle coscienze italiane
dell'unità nazionale.
II motivo predominante che indusse Pisacane a dirigersi,
dopo la delusione subita a Sapri, verso Padula fu
la speranza di trovarvi ad attenderlo Antonio Santelmo
ed il sacerdote Vincenzo Padula (in seguito eroi dei
"Mille').
La costante propaganda di redenzione, condotta per
anni da questi due ardenti liberali, si era imposta
oltre i confini di Padula, sino a raggiungere, messaggera
di libertà e rivolta contro il dominio borbonico,
i limitrofi paesi e la forte, generosa terra Cilentana.
Ma il destino fu avverso al biondo eroe di Sapri,
infatti il Santelmo ed il Padula, unici amici sui
quali poteva fare sicuro affidamento, erano il 30
giugno assenti. II primo nascosto nel Cilento per
sfuggire alla cattura da parte dei borboni, ed il
secondo detenuto nel carcere di Salerno. Perciò
quando Pisacane giunse a Padula restò assai
deluso per la glaciale, abulica accoglienza di alcuni
notabili del luogo; trovò che nessun piano
era stato precedentemente coordinato e questo grave
errore fu la causa principale dell'insuccesso.
Egli aveva a lungo pensato e creduto che a Padula
avrebbe trovato molte persone disposte ad assecondare
i suoi disegni militari, che si proponevano soprattutto
di iniziare da qui i moti insurrezionali.
Grazie al forte carattere di rivoluzionario e patriota,
non si scoraggiò e, convinto che le grandi
idee per trionfare hanno bisogno del supremo sacrificio,
decise subito I'azione strategica da condurre, disponendo
parte dei suoi uomini sul colle di S. Canione ed altri,
alla spicciolata, in diversi punti della via Costa.
In tal modo pensava di poter dominare facilmente ogni
tentativo di offesa o resistenza dei gendarmi borbonici.
Ma era ignaro del tradimento perpetrato ai suoi danni
da tal Biase Grizzuti di Sala Consilina il quale,
liberale prima indossò dopo per paura e viltà
la divisa borbonica, rivelando al Comandante del Presidio
borbonico di Sala, Colonnello Ghio, il piano strategico
della spedizione. Le guardie urbane di Padula, oltre
una sessantina, dopo il tradimento dei Grizzuti, ebbero
ordine dal giudice regio locale, ligio ai Borboni,
di sorvegliare i movimenti dei "rivoltosi".
Nel frattempo la cavalleria borbonica, dopo avere
oltrepassato con molta circospezione Ia montagna S.
Michele di Sala, si avvicina lentamente alle spalle
dei Trecento. Un banale incidente segnò I'inizio
della tragedia.
Una guardia urbana, appostata a poche centinaia dì
metri dalla colonna dei Pisacane, vedendo fuggire
una lepre, sparò un colpo di fucile per ucciderla.
Le sentinelle della Spedizione, pensando che il colpo
fosse stato sparato contro di loro, gridarono ai compagni
di contraccare. II fuoco, sebbene lentamente, durò
circa due ore e il Pisacane, credendo amiche le guardie
urbane, intervenne per ordinare una tregua. E fu la
fine. Perchè i Borbonici dei Colonnello Ghio,
piombarono loro addosso da tutte le parti, Ii strinsero
in un cerchio di fuoco. Il primo a cadere, mortalmente
ferito, fu Ludovico dei Conti Negroni di Orvieto.
Poi la fiumana borbonica si riverso sui Trecento animosi
e li travolse, costringendo i superstiti a lasciare
il terreno disseminato di cadaveri.
Con una poesia, " La Spigolatrice di Sapri "
Luigi Mercantini alcuni anni dopo, rievocò
quel fatale giorno (1° luglio 1857) .
I resti dei 59 caduti nella infausta giornata dei
1 luglio 1857 furono dignitosamente sistemati nella
Chiesa dell'Annunziata a cura dell'Amministrazione
Comunale di Padula.
Un invito.
Una sosta, anche se breve, dinanzi all'Ossario non
sarà superflua per il distratto turista in
cerca dì evasioni. Pisacane avrebbe voluto
immolare la vita a Padula. Però alcuni fidati
compagni lo costrinsero ad allontanarsi dal luogo
della tragedia e lo misero in salvo, facendolo guidare
da un servo del Sindaco Felice Romano.
Appena giunto fuori dell'abitato, guardando con occhi
mesti le case di Padula, rivolto agli amici Nicotera
e Falcone, disse: "Abbiamo qui compiuto il nostro
dovere; ora cerchiamo di penetrare nel Cilento. Se
andrà fallito anche questo secondo tentativo,
morremo da forti".
Il giorno dopo, 2 luglio, fu barbaramente ucciso a
Sanza dalIa plebe inferocita, armata di randelli,
falcetti, archibugi e forbici, ed il suo corpo fu
bruciato insieme a ventisette caduti nel Vallone dei
Diavoli.
II sublime esempio di abnegazione del grande patriota
napoletano dovrebbe essere sempre presente nelle menti
di certi rivoluzionari nostrani, i quali, per il più
banale contrasto di idee od opinioni, svillaneggiano
i propri compagni, diventandone perfidi nemici e rendendo
impossibile ogni saggia opera di collaborazione, con
grave danno per la collettività.
Lettera al fratello.
Enrichetta Di Lorenzo, la sventurata, dolce compagna
del Martire, pochi giorni prima della partenza di
questa verso la morte così scrisse al fratello
dell'eroe, Filippo: "Mentre I'anno scorso eravamo
a Londra i Mezzi di sussistenza cominciavano a mancare,
la mia salute era molto male andata a causa dell'orribile
clima, fu necessità risolverci di ritornare,
io in Napoli, e Carlo andare a vivere in Isvizzara
... Carlo mi accompagnò in Genova, sotto il
finto nome di una inglese, ma giunta costì
la mia famiglia mi scrisse che il vostro "augusto
sovrano" mi interdiceva I'entrata nel suo regno,
perchè io ero stata in Roma, a Velletri per
porgere il debole conforto ch'era in me agli infelici
feriti, sia napoletani che romani ... d'altronde Carlo
ha chiesto al governo piemontese di stabilirsi in
Genova, ma gli è stato negato perchè
lo credono troppo repubblicano>>. Queste sono
le grandi colpe dì Carlo Pisacane: avere desiderato
I'Italia unita e repubblicana, averla amata sino al
martirio.
Conclusioni dello scrittore Alliegro.
Noi posteri, irriverenti e di corta memoria, non dimentichiamo
il suo monito, se vogliamo che I'Italia progredisca
nel bene, nella legalità e nella giustizia:
"Quel popolo che, abbattuta la tirannide, vuol
essere nuovamente quel che fu un tempo, mostra che
non è maturo per la libertà, non ne
è ancora degno; per sorgere a nuova vita, è
d'uopo che si spenga fin I'ultima eco dei passato"
Vita di un eroe
Avventura - Testamento
- Poesia
Studio e ricerche di ragazzi della scuola media di
padula. III Media - Anno 2003 -
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