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CARLO PISACANE Nei
primi decenni dell’ 800, mentre in Italia cominciavano a diffondersi
le prime idee liberali, a Napoli, dal Duca Gennaro di San Giovanni
e da Nicolina Basile de Luna, nasceva Carlo Pisacane, era il 22
agosto del 1818. Fin
da piccolo crebbe con idee liberali, seguendo le idee del padre. Fu
educato prima nel Collegio Militare della Nunziatella, in seguito
nella Scuola Militare di Capua, prima di diventare Ufficiale dell’
Esercito Borbonico. Nel
Febbraio del 1847 fuggì da Napoli per rifugiarsi a Parigi con Enrichetta
di Lorenzo, moglie di Lazzari, dopo una breve parentesi nella Legione
Straniera in Algeria. L’anno seguente, considerato l’anno delle
rivoluzioni, accorse in Lombardia e combatté valorosamente sul Garda,
dove venne ferito. Accostatosi
intanto a Cattaneo e Mazzini partecipò alla difesa di Roma, dove
dimostro grandi capacità di comando al punto di essere nominato
Capo di Stato Maggiore. Caduta la Repubblica raggiunse prima Marsiglia,
poi Londra e infine Genova, dove precisò il suo orientamento ideologico,
in senso nettamente socialista. Il
4 Giugno 1857 si decise di intraprendere una spedizione alla volta
di Sapri per liberare l’Italia Meridionale dal dominio Borbonico. Capi
della spedizione erano lui, Carlo Pisacane, già ufficiale del Genio
fuori dal regno da alcuni anni, Giovanni Nicotera, avvocato, e Giovanni
Battista Falcone, studente, tutti napoletani emigrati e fuggiti
negli Stati Sardi. Idearono
essi di raccogliere una banda armata, invadere l’isola di Ponza
e sbarcare quindi nella provincia di Principato Citeriore. Calcolavano
poi che all’annunzio dell’impresa, Napoli, Roma, Firenze sarebbero
insorte, come un sol uomo, per opera dei comitati rivoluzionari,
e proclamerebbero la Repubblica. Con siffatto disegno e siffatte
speranze s’ imbarcarono circa 40 cospiratori di varie regioni d’Italia
sul piroscafo “Il Cagliari”, della società Ribattino di negozianti
genovesi, destinato a viaggi fra Genova, Cagliari e Tunisi. Tutti
erano muniti di regolari carte di polizia con la direzione per Tunisi
e, sotto specie di mercanzie, imbarcarono varie casse d’armi. Una
volta imbarcati 20 di essi formularono il seguente atto: Su
“Il Cagliari” la sera del 25 Giugno 1857, alle 21.30, a sottoscrivere
l’atto erano presenti:
1.
Carlo Pisacane
2.
Giovanni Nicotera
3.
Giovanni Battista Falcone
4.
Achille Perrucci
5.
Cesare Faridone
6.
Domenico Rotta
7.
Federico Fuschini
8.
Giovanni Sala
9.
Lorenzo Giannone
10.
Filippo Faiello
11.
Giovanni Cammilucci
12.
Pietro Ruscone
13.
Ludovico Negroni di Orvieto
14.
Cesare Gavini di Ancona
15.
Domenico Massone di Ancona
16.
Barbieri Luigi de Lerici
17.
Gaetano Poggi de Lerici
18.
Felice Poggi de Lerici
19.
Giovanni Gagliani de Lerici
20.
Francesco Metuscè de Lerici La
sera del 25 Giugno 1857 il piroscafo salpava da Genova per andare
alla volta di Cagliari, quando, in alto mare, i congiurati se ne
impadronirono e lo costrinsero a dirigersi su Ponza. Giuntivi, sbarcavano
nelle ore pomeridiane del 27, e raccolsero oltre 300 condannati
o rilegati nell’isola. Pisacane li ebbe prestamente ordinati in
tre compagnie, li armò di fucili, quindi si imbarcarono tutti sul
medesimo piroscafo proseguendo il viaggio. La
sera del 28 giunsero a Sapri, e nelle prime ore della notte seguente
misero piede a terra, al grido di :“Viva l’Italia, viva la Repubblica!”. Il
comitato partenopeo aveva promesso, che quivi si troverebbero ad
aspettargli un 1000 o 2000 armati, che si congiungerebbero loro
nell’impresa; ma non vi trovarono alcuno… Deluso,
ma non scoraggiato, il Pisacane la mattina del 30 si portò a Torraca,
villaggio a pochi chilometri di distanza, pubblicandovi un proclama:
“È tempo di por termine alla
sfrenata tirannia di Ferdinando II. A voi basta il volerlo. L’odio
contro di lui è universalmente inteso”. Era
proposito del Pisacane di avanzare su Potenza ed Auletta, dove,
secondo le promesse dei comitati, avrebbe dovuto trovare molte migliaia
di sollevati, per dirigersi poi su Napoli; ma non vi arrivò… All’annunzio
dello sbarco, il Governo Napoletano spedì nel Golfo di Policastro
due piroscafi, i quali la mattina
del 29 Giugno incontrarono “Il Cagliari” fra il
golfo e il capo Linosa; lo catturarono e lo condussero a Napoli. Due
giorni più tardi, a Padula, aveva luogo lo scontro tra le Guardie
Urbane, inviate dal sig. Ajossa da Salerno, e i 300, che durò due
ore; il primo a cadere fu il portabandiera, Ludovico Negroni d’Orvieto,
meno sfortunato degli altri perché non dovette subire lo strazio
ed inoltre ricevette una particolare sepoltura, alle radici di un
albero di ciliegio. Altri 52 furono i morti tra le file degli uomini
di Pisacane, molti gli arrestati. Pisacane, Nicotera e Falcone si
diressero verso Sanza con un gruppo di superstiti, ma furono assaliti
la mattina seguente dagli abitanti dei vari paesi, che non volevano
saperne della loro pretesa libertà, dopo qualche ora di combattimento
27 di loro caddero sul campo, mentre 29 venivano arrestati. Pisacane
e Falcone morti per mano di Sabino La Veglia; Nicotera prigioniero:
la spedizione era fallita! Molti
altri individui furono arrestati in seguito e la Corte Criminale
di Salerno ebbe a procedere contro 284 rei di Ferdinando II. Il
19 Luglio 7 venivano condannati a morte, 30 all’ergastolo, 2 a 30
anni di lavori forzati, 52 a venticinque anni di reclusione, 137
a pene minori e 56 furono rilasciati in libertà provvisoria. Ai
7 condannati a morte il “crudele” Re Ferdinando II ridusse a tutti
la pena. Mazzini
appresa la triste notizia del fallimento della spedizione così scriveva
ad un amico: IL
SINGOLARE TESTAMENTO DI PISACANE Dalla lettura di questo documento
si vede di che fatta eroe fosse quel fanatico strumento dell’ambizione
Mazziniana, e quale sia il giudizio che gli Italianissimi fanno
di Casa Savoia, e del regime costituzionale in Piemonte. Essi abominano
l’una e l’altro, come abominano l’Austria e il suo governo; e tutte
le lodi che prodigano al Piemonte non sono che perfide ipocrisie per avere
dal paese asilo, pane ed aiuto a liberamente congiurare. Ecco
dunque il testamento del Pisacane. “In
procinto di lanciarmi in una temeraria impresa, voglio far note
al paese le mie opinioni per combattere il volgo, sempre disposto
ad applaudire i vincitori ed a maledire i vinti. Quanto a me non m'imporrei il più piccolo sacrifizio per cambiare un Ministero o per ottenere una Costituzione, neppure per cacciare gli Austriaci dalla Lombardia e riunire al regno della Sardegna questa provincia: io credo che la dominazione della Casa d'Austria e quella
di Casa Savoia sieno la stessa cosa. Credo al pari, che
il governo costituzionale del Piemonte sia più nocevole all'Italia,
che non la tirannia di Ferdinando II. Credo fermamente che,
se il Piemonte fosse stato governato nella stessa maniera che gli
altri
Stati italiani, la rivoluzione d'Italia a quest'ora si sarebbe fatta. Questa decisa opinione
si venne formando in me per la profonda convinzione che io ho, essere
una chimera la propagazione dell’idea, è un’assurdità l’istruzione
del popolo. Le idee vengono dietro
ai fatti e non viceversa; e il popolo non sarà libero perché sarà
istrutto, ma diverrà istrutto tostocchè sarà libero. L’unica cosa
che possa fare un cittadino, per essere utile alla sua patria, è
l’aspettare, che sopraggiunga il tempo, in cui egli potrà cooperare
ad una rivoluzione materiale. Le cospirazioni, i
complotti, i tentativi d’insurrezione, sono a mio avviso, la serie
dei fatti attraverso ai quali l’Italia va alla sua meta (l’Unità).
L’intervento delle baionette a Milano ha prodotto una propaganda
ben più efficace, che non mille volumi di scritti di dottrinari,
che sono la vera peste della nostra patria e di tutto il mondo. V'hanno taluni che
dicono, la rivoluzione debba essere fatta dal paese. Questo é incontrastabile.
Ma il paese si compone d'individui; e se tutti aspettassero tranquillamente
il giorno della rivoluzione senza prepararla col mezzo della cospirazione,
giammai la rivoluzione scoppierebbe. Se invece ognuno dicesse; la
rivoluzione deve effettuarsi dal paese, e siccome io sono una parte
infinitesima del paese, spetta anche a me il compiere la mia infinitesima
parte c dovere, e io la compio; la rivoluzione sarebbe immediatamente
compiuta, e invincibile, poiché essa sarebbe immensa. Si può dissentire
intorno alla forma di una cospirazione circa il luogo il momento
in cui debba effettuarsi; ma il dissentire intorno al principio
é un'assurdità, una ipocrisia; torna lo stesso che nascondere in
bella maniera il più basso egoismo. Non ho che una parola:
se io non riesco, sprezzo altamente il volgo ignorante che mi condannerà;
se riesco farò ben poco caso dei suoi applausi. Tutta la mia ricompensa
la troverò nel fondo della mia coscienza, e nell’animo dei cari
e generosi amici, che mi hanno prestato il loro concorso, e che
hanno divisi i miei palpiti e le mie speranze. Che se il nostro
sacrifizio non porterà alcun vantaggio all’Italia, sarà per essa
almeno una gloria l’aver generato figli, che volenterosi s’immolarono
pel suo avvenire.”
Carlo Pisacane
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